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Anche i supereroi vengono bullizzati: la lezione silenziosa di Peter Parker

28/02/2026 16:30

Fabrizio Montanari

Editoriali,

Anche i supereroi vengono bullizzati: la lezione silenziosa di Peter Parker

Esiste una storia che nessuno dovrebbe ignorare, una storia che chiama in causa tutti noi: quella di Peter Parker.

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Esiste una storia che nessuno dovrebbe ignorare, una storia che chiama in causa tutti noi: quella di Peter Parker.
Non un eroe qualunque, ma Spider-Man. Un supereroe.
Eppure, prima ancora di salvare il mondo, Peter doveva difendersi da qualcosa di più subdolo e crudele: lo sguardo sprezzante, la derisione, l’umiliazione. 

Era il ragazzo fragile, impacciato, invisibile. 

Era il bersaglio perfetto.
Ed è proprio qui che la sua storia diventa emblematica. 

Mentre la narrazione ci ha insegnato a immaginare i supereroi come figure invincibili, 

la verità è che molti di loro nascono feriti. Peter Parker possedeva una forza straordinaria, ma il mondo attorno a lui non vedeva altro che la sua goffaggine, la sua diversità, 

la sua solitudine.

Il paradosso è struggente: chi aveva il potere di salvare gli altri, non veniva salvato da nessuno. La società, non una divinità lontana, non un’entità astratta, siamo noi.

E troppo spesso, con comoda ipocrisia, preferiamo attribuire la colpa alle Istituzioni, dimenticando che l’indifferenza quotidiana è il terreno fertile su cui attecchisce la violenza. Vi sono storie che non arrivano mai in prima pagina. Si consumano tra i corridoi lucidi di una scuola qualunque, nel silenzio di un’aula o nello spazio virtuale di una chat che diventa arena. Sono storie invisibili, come invisibili sono spesso le ferite dell’anima. Eppure, quando esplodono, lo fanno sempre troppo tardi.

Il bullismo ha cambiato volto. Non ha più bisogno dei pugni per ferire: gli basta una risata fuori posto, un soprannome che umilia, un’imitazione crudele mascherata da scherzo.
Non è più solo esclusione, ma derisione normalizzata.
Non è solo violenza, ma indifferenza.
Ed è proprio questa la sua forma più devastante: quella che si annida nei gesti ordinari e negli sguardi voltati altrove.
Perché il bullismo non è soltanto l’atto di chi colpisce. 

È il sistema che lo permette. 

È l’adulto che minimizza con un “sono solo ragazzi”. 

È l’Istituzione che archivia il dolore dietro una procedura.
È una comunità educante che ha dimenticato di educare al rispetto prima ancora che al successo. 

In ogni scuola c’è stato, o c’è ancora, un Peter Parker. 

Un ragazzo o una ragazza giudicati troppo sensibili, troppo introversi, troppo diversi. 

Colpevoli di non aderire al modello dominante. 

In un’epoca che celebra l’efficienza e la forza, la gentilezza è diventata una fragilità da correggere, non un valore da custodire.
E così si punisce ciò che non si comprende: un modo di parlare, di camminare, di vestire, di amare. Si punisce la differenza perché disorienta, perché costringe a guardare oltre la superficie. E la paura, quando non viene riconosciuta, si trasforma spesso in crudeltà. Molti imparano a indossare maschere. Sorridono per non allarmare, si mimetizzano per sopravvivere. Altri, più silenziosi, si spengono lentamente.

Non sempre gridano. Non sempre chiedono aiuto. 

Perché quando l’invisibilità dura a lungo, si finisce per credere di non meritare nemmeno di essere salvati.

Peter Parker non è solo un personaggio dei fumetti. 

È il simbolo di una verità universale: anche chi sembra fragile può custodire una forza immensa; e spesso il mondo ferisce proprio coloro che potrebbero renderlo migliore.
E allora la domanda è inevitabile: dov’eravamo noi?
Dov’erano gli adulti, gli insegnanti, i compagni, le famiglie?
Perché non abbiamo visto, o perché abbiamo scelto di non vedere?
Il bullismo ci riguarda tutti. 

È una responsabilità collettiva. 

Non si combatte solo con le regole, ma con la cultura. 

Con l’educazione all’empatia. 

Con il coraggio di interrompere una risata sbagliata. 

Con la capacità di leggere le crepe prima che diventino voragini.
In un tempo che misura tutto (voti, prestazioni, like) dobbiamo tornare a misurare ciò che conta davvero: la capacità di accogliere, di ascoltare, di riconoscere il valore dell’altro.
Serve una scuola che sia luogo di istruzione, sì, ma soprattutto di umanità. 

Serve una società che smetta di premiare la durezza e impari, finalmente, a proteggere la delicatezza.

Perché nessuno dovrebbe mai sentirsi così solo da credere di non avere più un posto nel mondo.
Perché dietro ogni silenzio, c’è forse un supereroe che aspetta solo di essere visto.