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Modena, dove finiscono le parole

17/05/2026 13:06

Fabrizio Montanari

Cultura e Società, In Primo Piano,

Modena, dove finiscono le parole

MODENA - Ci sono città che sembrano vivere dentro una fotografia immobile.Portici ordinati, vetrine accese, biciclette che attraversano il centro con

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MODENA - Ci sono città che sembrano vivere dentro una fotografia immobile.
Portici ordinati, vetrine accese, biciclette che attraversano il centro con la calma delle abitudini antiche. Modena è una di quelle città che l’Italia ama raccontarsi: composta, civile, rassicurante. Una città che sembra ancora credere nell’equilibrio.

Poi basta un istante, il rumore di un motore, urla spezzate, il caos improvviso, e quella fotografia si lacera.
Non esplode soltanto la violenza. Esplode la finzione collettiva dentro cui da anni scegliamo di stare.

Perché ogni tragedia ci coglie sempre “di sorpresa”, ma non arriva mai davvero dal nulla.
Arriva da crepe ignorate troppo a lungo.
Da silenzi accumulati.
Da fragilità lasciate marcire nell’ombra finché non diventano ingestibili.

E allora ricomincia il rito italiano del giorno dopo: le dichiarazioni perfette, il lessico istituzionale lucidato come argenteria buona, i “non bisogna strumentalizzare”, i “serve unità”, i “siamo vicini alle famiglie”.
Parole corrette. Sempre corrette.
Ma ormai vuote come stanze abbandonate.

Perché il problema è che questa Italia ha imparato a nominare il dolore senza più saperlo prevenire.

Abbiamo costruito una società che interviene solo quando il sangue è già sull’asfalto.
Prima no. Prima ci si volta dall’altra parte.
Prima il disagio è invisibile, la solitudine è privata, la rabbia è folklore urbano, la marginalità è statistica.
Finché tutto insieme non prende forma.

E allora ci si aggrappa alle etichette: disagio psichico, fragilità sociale, emarginazione, integrazione mancata.
Ma spesso queste parole non servono a capire. Servono soltanto a mettere distanza tra “noi” e ciò che è successo.
Come se il male fosse sempre un corpo estraneo.
Come se non nascesse anche dentro il vuoto quotidiano che abbiamo normalizzato.

La verità è più scomoda.
Viviamo in un tempo che mostra continuamente una felicità obbligatoria mentre sotto la superficie cresce un disordine profondo.
Le città diventano scenografie curate, specchi che devono riflettere benessere, modernità, convivenza perfetta.
Ma dietro la vetrina aumentano le fratture invisibili: persone sole in mezzo a migliaia di persone, giovani senza identità, rabbie mute, periferie emotive che nessuno ascolta davvero.

E forse il dramma più grande è proprio questo: ci siamo abituati ai segnali.
Li vediamo ogni giorno, aggressività, alienazione, violenza casuale, rancore permanente, ma li consideriamo rumore di fondo.
Finché non accade qualcosa di irreparabile.

Allora improvvisamente tutti cercano risposte immediate.
Ma certe tragedie non nascono in un giorno.
Sono il risultato lento di anni di omissioni, superficialità, paura di affrontare problemi troppo complessi per stare dentro uno slogan politico o un dibattito televisivo.

La politica, intanto, continua a oscillare tra due estremi ugualmente sterili: chi nega ogni problema per non incrinare il racconto della convivenza e chi trasforma ogni tragedia in propaganda emotiva.
In mezzo resta la realtà.
Che non urla ideologie.
Urla dolore.

E il dolore non chiede slogan.
Chiede coraggio.
Il coraggio di guardare ciò che non funziona senza odio e senza ipocrisia.
Il coraggio di ammettere che una società non si misura da quanto bene racconta sé stessa, ma da quanto sa riconoscere le proprie crepe prima che diventino tragedie.

Perché il punto più inquietante non è soltanto ciò che è accaduto a Modena.
Il punto è quanto tutto questo, in fondo, non sembri più impossibile.

Ed è lì che finiscono le parole.
E comincia lo specchio vero di un’Italia che troppo spesso preferisce apparire serena invece di imparare a curare il proprio disordine interiore.