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Tra memoria e furore: dall’ombra dell’Heysel alle scintille del calcio contemporaneo

14/03/2026 13:55

Fabrizio Montanari

Sport,

Tra memoria e furore: dall’ombra dell’Heysel alle scintille del calcio contemporaneo

Il calcio è finito.Non nel senso banale in cui lo si dice ogni domenica dopo una partita brutta o uno scandalo arbitrale. È finito in un senso più pro

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Il calcio è finito.

Non nel senso banale in cui lo si dice ogni domenica dopo una partita brutta o uno scandalo arbitrale. È finito in un senso più profondo: come sport, come linguaggio morale, come spazio in cui il più furbo prevale sul più forte.

Ciò che resta è spesso un’altra cosa: uno spettacolo sovraccarico di parole, di interessi economici, di polemiche interminabili. Un avanspettacolo planetario dove il gesto atletico convive con simulazioni, provocazioni e astuzie elevate a virtù.

Per capire come si sia arrivati a questa mutazione basta osservare tre immagini lontane nel tempo ma sorprendentemente collegate: l’Heysel, un’esultanza, una rissa.

Tre momenti diversi.
Tre ombre dello stesso sport.

Il pensiero corre inevitabilmente al 29 maggio 1985, quando lo stadio Heysel cessò di essere una cattedrale del calcio per trasformarsi in un luogo di lutto.

La Strage dell’Heysel resta una ferita aperta nella coscienza europea. 

Trentanove vite spezzate, più di seicento feriti, una finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool che iniziò mentre sugli spalti il panico aveva già divorato ogni ordine.

Quella notte il calcio mostrò il suo volto più oscuro.

Non più gioco, ma massa.
Non più tifosi, ma una folla travolta dalla paura e dalla violenza.

L’Heysel rimane l’abisso della passione calcistica: il punto in cui lo sport smette di essere rito e diventa tragedia.

A distanza di decenni nessuno stadio europeo è più quello di allora. 

Le barriere sono cambiate, la sicurezza è stata ripensata, le competizioni sono diventate macchine organizzative gigantesche.

Eppure il calcio continua talvolta a sfiorare i propri fantasmi.

Non servono nuove tragedie per avvertire quella tensione sotterranea che attraversa gli stadi contemporanei. Talvolta basta un gesto.

Un’esultanza.
Una protesta.
Una simulazione.

È ciò che è accaduto il 14 febbraio 2026 durante il derby d’Italia tra Inter e Juventus.

Pierre Kalulu (giocatore bianconero) viene espulso. Poco dopo arriva l’esultanza accesa del neroazzurro Alessandro Bastoni.

Il gesto divide immediatamente l’opinione pubblica. Ma la polemica non nasce soltanto dall’esultanza. Nasce da ciò che l’ha preceduta: la sensazione, diffusa tra molti osservatori, che quell’espulsione sia maturata dopo una simulazione.

Ed è qui che il problema smette di essere un episodio e diventa un sintomo.

Perché nel calcio contemporaneo si sta insinuando un principio ambiguo: non deve vincere il più forte, ma il più furbo.

La furbizia diventa virtù tattica.
La simulazione diventa mestiere.
La provocazione diventa strategia.

Quando questo accade, lo sport cambia natura.

Non è più competizione tra capacità atletiche e intelligenza di gioco. Diventa teatro. Un avanspettacolo dove l’arte di ingannare l’arbitro conta quasi quanto quella di controllare il pallone.

In un’arena osservata da milioni di spettatori, ogni gesto diventa racconto.

Celebrando un’espulsione si manifesta certo la gioia improvvisa di chi percepisce che la partita sta cambiando direzione. Ma si comunica anche qualcos’altro: la soddisfazione per aver piegato l’avversario con l’astuzia.

Non il trionfo della forza.

Il trionfo dell’espediente.

La discussione si è intensificata ulteriormente il 13 marzo 2026, quando a Bastoni è stato conferito il “Rosa Camuna”, riconoscimento istituito dalla Regione Lombardia per celebrare chi contribuisce allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo del territorio.

Un’onorificenza prestigiosa, accolta però con qualche perplessità da una parte del pubblico calcistico.

Perché nello sport la dimensione simbolica pesa quanto quella tecnica.

Un gesto recente può offuscare un riconoscimento.
Un episodio può ridefinire una percezione.

E mentre il calcio discute di simulazioni e polemiche europee, dall’altra parte del mondo esplode un’altra scena.

A Belo Horizonte, nella finale del Campeonato Mineiro 2026 tra Cruzeiro e Atletico Mineiro, il campo si trasforma improvvisamente in una mischia.

Ventitré giocatori coinvolti.
Ventitré menti offuscate.

Maglie tirate, spinte, pugni, panchine svuotate. Per qualche minuto il pallone scompare dal prato, sostituito da un groviglio di corpi dominati dall’istinto.

In momenti simili il calcio rivela chiaramente la sua doppia anima.

Da un lato è una sofisticata architettura di movimenti: tattiche, spazi, intelligenza collettiva.

Dall’altro resta un’arena emotiva dove ribollono orgoglio, appartenenza e rivalità che sfiorano il tribale.

L’Heysel rappresenta l’abisso di questa tensione.

Le simulazioni, le esultanze provocatorie, le risse di massa sono invece le sue eco minori ma inquietanti.

Segnali.

Avvisi.

Promemoria di quanto fragile sia il confine tra spettacolo e degenerazione.

Il calcio vive di passione. Senza quella scintilla sarebbe soltanto geometria applicata al movimento.

Ma quando la passione smette di essere energia competitiva e diventa astuzia, provocazione o violenza, il rischio è di perdere la nobiltà rituale del gioco.

Ecco perché il calcio contemporaneo ha una responsabilità che va oltre la vittoria e oltre lo spettacolo.

Deve custodire la memoria.

Perché ogni gesto sul campo (una corsa liberatoria, una protesta, una simulazione, un’esultanza rabbiosa), avviene sempre sotto l’ombra lunga della storia.

E la storia, nello sport come nella vita, non è mai soltanto un ricordo.

È una lezione.

Una lezione che continua, ostinatamente, a chiedere ascolto.