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Quando il Popolo scompare, la Nazione muore

14/02/2026 20:19

Fabrizio Montanari

Editoriali,

Quando il Popolo scompare, la Nazione muore

Non è il fragore delle catastrofi a spaventare di più. È il silenzio che segue, quando tutto torna “normale”troppo in fretta. In Italia la vera emerge

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Non è il fragore delle catastrofi a spaventare di più. È il silenzio che segue, quando tutto torna "normale" troppo in fretta. In Italia la vera emergenza non è l’evento straordinario, ma la straordinaria capacità di assorbirlo, digerirlo, archiviarlo. 

Come se il dolore fosse diventato una pratica amministrativa.
Negli anni abbiamo imparato a convivere con l’inefficienza come si convive con una malattia cronica: non la si cura, la si gestisce. Le opere rimangono incompiute, 

i territori vulnerabili, i servizi essenziali arrancano.
Eppure nulla sembra mai abbastanza grave da interrompere l’abitudine. 

Il disastro, quando arriva, non è una sorpresa: è una conferma.
A rimetterci, sempre, è il popolo. Non come categoria retorica, ma come insieme di vite reali, di esistenze che si consumano tra promesse sospese e responsabilità evaporate. Il popolo paga con il tempo, con la sicurezza, con la salute, con la speranza. Paga soprattutto con l’idea, lenta e corrosiva, che l’impegno non basti, 

che il merito non serva, che restare sia una forma di testardaggine.
C’è un punto, quasi impercettibile, in cui una società smette di indignarsi e comincia ad adattarsi. È lì che si produce la frattura più pericolosa. 

Quando il cittadino non chiede più, non pretende più, non crede più. 

Quando l’eccezione diventa sistema e il sistema diventa destino. 

Non è rassegnazione rumorosa: è stanchezza civile.
Nel frattempo, i giovani imparano l’arte della distanza, gli anziani quella dell’attesa, i lavoratori quella della resistenza. Si vive in equilibrio precario, come se tutto fosse temporaneo, anche ciò che dura da decenni. Si accetta l’idea che la sicurezza sia un favore, la dignità un lusso, la normalità un traguardo irraggiungibile.
Eppure una verità resta ineludibile: una nazione non è fatta di procedure, 

ma di persone. Non di bilanci, ma di fiducia. Quando il popolo viene logorato, 

non da un colpo solo, ma da mille piccoli cedimenti, la società non esplode: 

si svuota. E una società svuotata continua a funzionare in apparenza, 

ma ha già perso la sua anima.
Il declino non si annuncia con proclami. Arriva quando il dolore collettivo non produce più cambiamento, quando la memoria diventa breve e l’urgenza viene sempre rimandata. Arriva quando si accetta che alcune vite siano statistiche e non più storie.
Finché il popolo è vivo, curioso, protetto, ascoltato, anche un Paese fragile può rialzarsi. Ma quando il popolo si spegne dentro, quando smette di sentirsi parte, necessario, difeso, allora non resta che un involucro. 

Un Paese formalmente in piedi, ma intimamente finito.
La domanda non è se l’Italia possa permettersi di cambiare. 

La domanda è se possa permettersi di continuare così, senza riconoscere che il prezzo più alto lo stanno pagando coloro che non hanno voce nei comunicati, 

ma solo nella loro silenziosa resistenza quotidiana.