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Il silenzio che parla: comprendere il ritardo del linguaggio nei primi anni di vita

04/04/2026 15:24

Fabrizio Montanari

Medicina, Natura, Scienza,

Il silenzio che parla: comprendere il ritardo del linguaggio nei primi anni di vita

Tra scienza e sensibilità clinica, un’esplorazione raffinata dei primi segnali comunicativi nell’infanzia. ROMA - Una tematica di grande complessità e

Tra scienza e sensibilità clinica, un’esplorazione raffinata dei primi segnali comunicativi nell’infanzia.

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ROMA - Una tematica di grande complessità e di indiscussa attualità, che solleva questioni profonde circa lo sviluppo del linguaggio nei primissimi anni di vita e interroga con sottile intensità il vissuto emotivo delle famiglie: il ritardo nell’acquisizione della parola, le sue molteplici e spesso sfuggenti manifestazioni, e, soprattutto, la necessità di discernere con rigore tra la fisiologica variabilità evolutiva e quei segnali che richiedono un intervento specialistico. Un campo di indagine che richiede al contempo acume scientifico e sensibilità interpretativa, capace di cogliere i più sottili indizi dell’emergere della comunicazione. Per approfondire questi delicati confini, ho dialogato con la dottoressa Cristina Bernabei, logopedista di riconosciuta esperienza nei settori del linguaggio, della deglutizione e dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, attivamente impegnata in percorsi clinici e consulenze, e la cui solida formazione, arricchita da numerose collaborazioni con prestigiose realtà cliniche della Capitale e oltre, ne fa una voce autorevole e distintiva in questo ambito.

 

Dottoressa Bernabei, l’attesa della prima parola è spesso vissuta come un rito di passaggio. Quando tarda a manifestarsi, l’emozione si incrina e subentra l’inquietudine. Come interpretare questo stato d’animo?

È un sentimento profondamente comprensibile, intriso di attese e proiezioni. La parola non è un mero suono articolato: rappresenta l’accesso a una dimensione condivisa, il primo autentico varco verso l’altro. Quando questo passaggio sembra differire, il confronto con i coetanei può alimentare dubbi e timori. Tuttavia, è fondamentale ampliare la prospettiva: non chiedersi soltanto “quando parlerà?”, bensì “in quali modalità sta già entrando in relazione?”. Poiché la comunicazione precede, e di gran lunga, l’espressione verbale (ne sono esempio un pianto, un sorriso).

 

Quali elementi dovrebbero orientare l’osservazione di un bambino intorno ai 24 mesi?

È necessario affinare uno sguardo più sottile, quasi contemplativo. In questa fase emerge una marcata variabilità: alcuni bambini articolano già piccole frasi, altri si affidano a pochi vocaboli isolati. Tuttavia, sebbene la soglia delle cinquanta parole a 24 mesi sia un parametro clinico di riferimento, una semplice conta risulta riduttiva. Il linguaggio si configura come un sistema complesso, sostenuto da competenze profonde e in larga parte invisibili. Si potrebbe evocare l’immagine di una massa sommersa: ciò che affiora costituisce solo una porzione minima di una struttura ben più articolata.

 

Qual è il fondamento primario di questa architettura invisibile?

La matrice essenziale è l’intenzionalità comunicativa. Prima ancora della capacità di parlare, il bambino deve maturare la consapevolezza di poter incidere sull’altro, di essere parte attiva in uno scambio. È una tensione relazionale, una spinta interiore verso la condivisione di significati. In assenza di tale impulso, ogni costruzione linguistica risulterebbe priva di radici. Un indicatore particolarmente significativo è l’attenzione condivisa: non solo uno scambio di sguardi, ma la capacità del bambino di indicare un oggetto per mostrare all'adulto una sua scoperta, creando un ponte tra sé e l’altro.

 

In questo contesto, quale valore assumono i gesti?

Un valore strutturante. Il gesto rappresenta la prima grammatica del corpo, un linguaggio originario che precede e prepara la parola. Indicare per mostrare, salutare, esprimere diniego: sono atti carichi di intenzione e significato. In particolare, il gesto dichiarativo (orientato alla condivisione e non alla richiesta), costituisce un indicatore predittivo di grande affidabilità per uno sviluppo armonico.

 

E il gioco simbolico? Quale ruolo riveste nello sviluppo comunicativo?

Rappresenta una soglia decisiva. Quando un bambino "fa finta di", ad esempio portando una tazzina vuota alla bocca o usando un cubetto come se fosse un telefono, dimostra di possedere una competenza simbolica evoluta. È la stessa facoltà che consente di comprendere e utilizzare i segni linguistici. Al contrario, un’attività ludica rigidamente ripetitiva può segnalare una fragilità in quest’area e richiedere un’osservazione più approfondita.

 

Come distinguere, pertanto, una reale comprensione linguistica da una risposta appresa nel contesto?

La distinzione è sottile, ma determinante. Una risposta adeguata all’interno di routine consolidate può derivare da associazioni contestuali, più che da una reale comprensione delle parole. La comprensione genuina emerge quando il bambino è in grado di interpretare indicazioni anche al di fuori delle consuetudini. Qualora questa competenza appaia incerta, è opportuno non indugiare e richiedere una valutazione specialistica.

 

Vi sono segnali che richiedono un intervento tempestivo?

Certamente. Un repertorio di suoni molto limitato può indicare difficoltà sul piano motorio/articolatorio. L’assenza di reazione di fronte all’incomprensione (ciò che potremmo definire una ridotta frustrazione comunicativa, ovvero l'assenza di sforzo o di rabbia quando il piccolo non viene capito), può suggerire una debole spinta relazionale. Al contrario, una frustrazione viva testimonia il desiderio di esprimersi. Più delicati, e dunque meritevoli di attenzione clinica, risultano fenomeni quali il ritiro sociale o una ripetizione meccanica di parole, definita ecolalia, qualora appaia priva di scopo comunicativo.

 

Per lungo tempo si è suggerito di attendere. Le attuali evidenze confermano questa indicazione?

Le conoscenze contemporanee, in particolare nell’ambito neuroscientifico, orientano in senso opposto. I primi anni di vita sono contraddistinti da una straordinaria plasticità cerebrale. Intervenire precocemente attraverso la terapia logopedica non significa forzare i tempi, bensì nutrire le basi che permettono alla parola di emergere. Si tratta di un accompagnamento rispettoso, ma decisivo.

 

Quale riflessione conclusiva desidera offrire ai genitori?

Inviterei a trasformare l’incertezza in attenzione consapevole. Ogni bambino segue un proprio ritmo, ma ogni traiettoria evolutiva offre segnali che meritano di essere colti. Riconoscerli non significa anticipare, bensì creare le condizioni affinché il potenziale espressivo possa dispiegarsi pienamente. In fondo, comunicare non è soltanto parlare: è costruire legami, abitare la relazione, dare forma alla propria presenza nel mondo.