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La ghigliottina di cartone e la domanda che nessuno vuole fare

02/03/2026 19:42

Fabrizio Montanari

Cultura e Società,

La ghigliottina di cartone e la domanda che nessuno vuole fare

REGGIO EMILIA - Secondo voi, perché succedono queste cose?È una domanda semplice. Eppure è la prima che quasi nessuno pone quando un episodio come que

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REGGIO EMILIA - Secondo voi, perché succedono queste cose?

È una domanda semplice. Eppure è la prima che quasi nessuno pone quando un episodio come quello del Carnevale popolare di Reggio Emilia finisce al centro della polemica.

Al parco delle Caprette, durante la festa organizzata anche dagli attivisti di Casa Bettola, una ghigliottina di cartone cala su una testa di carta con le sembianze della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Accanto, una ruota da far girare: tra i nomi anche Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Viktor Orbán, Vladimir Putin e l’imprenditore Elon Musk. Sopra il patibolo la scritta: “Collezionali tutti”. La lama scende, la testa cade. 

E qualcuno ride.

La politica reagisce indignata. Il centrodestra parla di odio e delegittimazione delle istituzioni. Dal centrosinistra arrivano condanne per una satira giudicata di cattivo gusto. Il copione è quello già visto: sdegno, dichiarazioni, solidarietà bipartisan.

Tutto legittimo, tuttavia il punto non è difendere la premier né attaccare chi l’ha criticata. In democrazia la satira deve essere libera, feroce se necessario. 

La storia italiana ne è piena e spesso ha svolto una funzione preziosa: graffiare il potere, ridimensionarlo, costringerlo a guardarsi allo specchio.

Ma la satira funziona quando smaschera. 

Non quando sostituisce l’argomento con la lama.

La ghigliottina non è un simbolo neutro. È l’immagine più radicale della giustizia trasformata in vendetta, del conflitto politico che smette di essere confronto e diventa eliminazione dell’avversario. Portarla dentro un gioco carnevalesco significa una cosa molto semplice: normalizzare quella immagine.

E qui sta la questione che raramente affrontiamo. Episodi come questo non nascono nel vuoto. Sono il prodotto di un clima pubblico sempre più saturo di linguaggi assoluti: nemici invece di avversari, traditori invece di oppositori, distruggere invece di convincere.

Quando il dibattito si radicalizza, la simbolica della violenza diventa quasi inevitabile. Prima nel linguaggio, poi nelle immagini, infine nei gesti… anche se di cartone.

C’è poi un altro elemento, più sottile e più scomodo: la selettività dell’indignazione. 

Se la dignità delle persone e delle istituzioni è un principio, lo è sempre. 

Non può diventare elastico a seconda del nome scritto sul bersaglio.

Per questo la scena del Carnevale di Reggio Emilia non racconta soltanto una provocazione mal riuscita. Racconta qualcosa di più profondo: la fatica crescente della nostra cultura pubblica nel distinguere tra critica e disumanizzazione.

Una ghigliottina di cartone non uccide nessuno.

Ma può dire molto sul modo in cui una società comincia a immaginare i propri avversari.

E forse la domanda giusta da cui partire, prima di tutte le polemiche, resta proprio quella iniziale: 

perché ci siamo arrivati?