images

facebook
instagram

lamentecritica.it - Copyright © 2025 - 2026

La Mente Critica di Montanari Fabrizio 

Testata giornalistica iscritta al tribunale di Reggio Emilia - Registro Stampa n. 5/2025 del 13/10/2025

Direttore responsabile: Fabrizio Montanari - CF. MNTFRZ84E04G337B - Partita IVA: 03128800350 

E-mail: redazione@lamentecritica.it

 

Informativa Cookie Informativa Privacy Copyright

 

aggiungi un titolo (1)

Trump, il Papa e la recita dell’indignazione

16/04/2026 21:03

Fabrizio Montanari

Editoriali,

Trump, il Papa e la recita dell’indignazione

C’è un riflesso ormai automatico nel dibattito pubblico: indignarsi. Farlo in fretta, farlo forte, farlo insieme. Le parole di Donald Trump contro Pap

trump-e-leone.jpeg

C’è un riflesso ormai automatico nel dibattito pubblico: indignarsi. Farlo in fretta, farlo forte, farlo insieme. Le parole di Donald Trump contro Papa Leone XIV hanno offerto l’ennesima occasione per mettere in scena questo rito. Ma, a ben vedere, il punto non è l’eccesso verbale del magnate americano. Quello è noto, quasi prevedibile.

Il punto è la reazione.

In Italia, una parte consistente della classe politica ha risposto con toni solenni, quasi sacrali, come se fosse stata violata una soglia inviolabile. Una difesa del Papa vibrante, compatta, apparentemente incrollabile. E tuttavia, proprio per questo, fragile.

Perché la fragilità sta nella memoria.

Gli stessi protagonisti che oggi invocano rispetto per l’autorità pontificia sono coloro che, nel corso degli anni, hanno sostenuto, legittimamente, in uno Stato laico, scelte legislative e culturali in aperta distanza dal magistero della Chiesa: dal divorzio all’interruzione volontaria di gravidanza, dal riconoscimento di nuovi modelli familiari fino ai sempre più accesi dibattiti sull’eutanasia e sul fine vita. Temi complessi, delicati, che appartengono alla sfera dei diritti e della coscienza individuale. 

Ma proprio per questo, non conciliabili, se non al prezzo della contraddizione, con un’improvvisa e selettiva difesa dell’autorità morale del Pontefice.

Non è questo il punto in discussione. Il punto è un altro, più semplice e più scomodo: la coerenza.

Si può dissentire dal Papa. Si può ignorarne gli orientamenti. 

Si può, persino, costruire un intero impianto normativo senza farvi riferimento. Tutto ciò è parte del gioco democratico. 

Ma allora, con quale credibilità ci si erge oggi a custodi indignati della sua autorevolezza?

Qui l’indignazione smette di essere convinzione e diventa postura.

Si difende il Papa quando conviene difenderlo. Lo si lascia sullo sfondo quando le sue parole diventano ingombranti. Il rispetto, da principio, si trasforma così in strumento: evocato, modulato, adattato alle circostanze.

La storia, del resto, parla chiaro. La Breccia di Porta Pia non è soltanto un passaggio remoto: è il simbolo di una separazione netta, strutturale, tra potere politico e autorità religiosa. 

Una distanza che la modernità ha reso fisiologica, ma che oggi sembra essere dimenticata, o riscoperta, a intermittenza.

In questo scenario, Donald Trump finisce per svolgere un ruolo paradossale. Non tanto quello del provocatore, quanto quello dello specchio. Riflette, amplificandole, le ambiguità di un discorso pubblico che oscilla tra principi proclamati e pratiche disinvolte.

E allora la domanda resta, limpida e inevitabile:
si tratta davvero di difendere un valore, o semplicemente di usarlo?

Perché è in questa sottile, decisiva differenza che si misura non l’indignazione, ma la credibilità.