
Le storie di Ayrton Senna e Alessandro Zanardi, due uomini che, in modi diversi e a distanza di anni, hanno conosciuto l’asfalto non come strada ma come confine tra la vita e la morte sono unite da una tragica data: il primo maggio.
Il primo maggio che dovrebbe essere un’occasione per restituire dignità al lavoro, il momento in cui le piazze si riempiono per dare senso a un concetto che sembra perduto, ogni anno porta con sé una contraddizione feroce: da un lato la memoria, dall’altro il caos.
È una giornata che sembra incapace di restare pura, come se fosse destinata a essere attraversata sempre da qualcosa di più oscuro.
Il primo maggio del 1994 il mondo guardava Imola e non sapeva che stava per assistere a una frattura definitiva. Ayrton Senna non era semplicemente un campione di Formula1: era un uomo che correva come se ogni curva fosse una domanda senza risposta, come se la velocità fosse l’unico modo per stare al mondo. Quando la sua monoposto si schiantò al ‘Tamburello’, non ci fu nulla di poetico. Fu un impatto brutale, una linea spezzata, un silenzio improvviso che cancellò il rumore. In quell’istante non moriva solo un pilota, ma un’idea stessa di invincibilità. L’asfalto, che fino a un attimo prima era dominio, diventava condanna.
Il primo maggio del 2026 un altro nome viene inciso nella stessa memoria, ma con un esito diverso e forse ancora più crudele… quello di Alessandro Zanardi. Il 15 settembre 2001 Alex (conosciuto ai molti con questo diminutivo) perse improvvisamente il controllo della vettura durante una gara del campionato CART in Germania. Il mezzo da lui condotto venne centrato da quello guidato dal pilota Alexandre Tagliani. Zanardi ne ebbe il corpo distrutto e le gambe portate via con violenza. Non fu una morte immediata, ma qualcosa che somiglia a una demolizione lenta, spietata, concreta. Eppure, proprio lì dove tutto sembrava finito, iniziava un’altra storia. Zanardi non si è limitato a sopravvivere: ha trasformato la perdita degli arti inferiori in una forma radicale di resistenza. Ha ricostruito sé stesso pezzo dopo pezzo, dimostrando che il limite non è una linea invalicabile, ma un luogo da attraversare anche quando il prezzo è altissimo.
Mettere insieme queste due storie nello stesso giorno significa fare i conti con due modi diversi di cadere. Senna rappresenta l’attimo che si spezza e non torna, la perfezione inseguita fino all’ultimo respiro. Zanardi è la prova che si può restare in piedi anche quando il corpo non lo permette più e che la volontà può essere più ostinata della carne. Entrambi, però, erano combattenti veri. Non contro altri uomini, non per distruggere, ma contro il limite, contro la paura, contro l’idea stessa di arrendersi.
E allora il contrasto con ciò che accade oggi nelle piazze del primo maggio diventa inevitabile e, in un certo senso, insopportabile. Le immagini di disordini, di violenza gratuita, di rabbia che si disperde senza direzione, raccontano una lotta svuotata di significato. Non c’è coraggio nel devastare, non c’è dignità nello scontro fine a sé stesso. C’è solo rumore, un rumore lontanissimo da quello dei motori che Senna spingeva al limite o dal respiro affannato con cui Zanardi ha ricominciato a vivere.
Il primo maggio, allora, non è solo una data: è uno specchio crudele. Riflette ciò che siamo stati capaci di essere e ciò che scegliamo di diventare. Da una parte ci sono uomini che hanno pagato con il corpo e con la vita la loro ricerca di senso, dall’altra ci sono gesti vuoti che consumano quel senso fino a farlo sparire. Ricordare Ayrton Senna e Alessandro Zanardi non dovrebbe essere un esercizio di nostalgia, ma una responsabilità: significa riconoscere la differenza tra cadere inseguendo qualcosa di grande e cadere senza sapere nemmeno perché.
In fondo, il primo maggio continua a tornare proprio per questo: per costringerci a scegliere uno stile di vita. Prediligere il coraggio e non il caos, la costruzione e non la distruzione, il sacrificio che lascia un segno e non la violenza che non lascia nulla. E quella scelta, oggi più che mai, non è un dettaglio. È tutto.

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