Adolescenti e intelligenza artificiale (IA): cresce il ricorso ai chatbot come spazio di confidenza. La pedagogista Fiorella Rizzo: “Il rischio è preferire un’interazione senza attrito alla complessità della relazione umana”

BERGAMO - Nel cuore inquieto della contemporaneità, mentre le stanze digitali si trasformano sempre più spesso in luoghi di confessione silenziosa e compensazione emotiva, emerge una domanda destinata a interrogare famiglie, educatori e coscienze collettive: che cosa accade quando un adolescente affida le proprie fragilità più intime a un’intelligenza artificiale (IA)? Non siamo più dinanzi alla sola tecnologia come strumento operativo. Ci troviamo piuttosto davanti a una presenza algoritmica che, grazie alla sua disponibilità continua e alla capacità di adattarsi emotivamente all’interlocutore, rischia di assumere i contorni di un rifugio affettivo. Dietro la luce discreta di uno schermo, molti ragazzi cercano ciò che il mondo reale concede con crescente difficoltà: ascolto autentico, assenza di giudizio, accoglienza, riconoscimento. È in questo delicatissimo crocevia umano e culturale che si inserisce il lavoro di Fiorella Rizzo, pedagogista clinica, docente di discipline umanistiche e formatrice specializzata nei processi di consapevolezza linguistica, simbolica ed emotiva. Da anni impegnata nello studio delle dinamiche relazionali e delle fragilità contemporanee, Rizzo conduce una ricerca indipendente sul rapporto tra linguaggio e intelligenza artificiale generativa, con particolare attenzione ai concetti di presenza, risonanza emotiva e responsabilità nell’interazione uomo-macchina. Collabora con la rivista Professione Pedagogista ANPE, che ha recentemente pubblicato un suo approfondimento dedicato alle trasformazioni emotive prodotte dall’interazione con l’IA conversazionale. Parallelamente è ideatrice e promotrice di un progetto sociale volto a sensibilizzare sul tema della violenza maschile contro le donne e sull’urgenza di una più profonda educazione emotiva nelle relazioni. Il suo sguardo si distingue per la capacità di coniugare rigore pedagogico, sensibilità umana e riflessione critica sul presente. Per approfondire una tematica tanto delicata quanto attuale, chi scrive ha dialogato direttamente con lei in un confronto intenso e ricco di spunti, dal quale sono emerse riflessioni capaci di andare ben oltre il semplice dibattito tecnologico. Ne è nata una conversazione che attraversa le inquietudini più profonde del nostro tempo: la solitudine emotiva delle nuove generazioni, il bisogno di appartenenza, la seduzione della risposta immediata e il rischio, sempre più concreto, di confondere la disponibilità costante di una macchina con la complessità viva, imprevedibile e autentica di una relazione umana.
Professoressa Rizzo, negli ultimi anni il termine “chatbot” è entrato stabilmente nel lessico quotidiano. Che cosa si intende realmente con questa espressione?
Il chatbot è un sistema di intelligenza artificiale progettato per simulare una conversazione umana attraverso il linguaggio naturale. A differenza dei tradizionali motori di ricerca, che restituiscono informazioni, il chatbot costruisce un’interazione: ascolta, risponde, riformula, mantiene il filo del dialogo e si adatta persino al tono emotivo dell’utente. Dal punto di vista tecnico si tratta di modelli linguistici addestrati su enormi quantità di dati testuali; dal punto di vista relazionale, invece, rappresentano interlocutori percepiti come presenti, disponibili e non giudicanti. Ed è proprio questa dimensione relazionale “apparente” a renderli così attrattivi, soprattutto per gli adolescenti.
Proprio quest'ultimi dichiarano spesso di sentirsi meno soli dopo un’interazione con un chatbot. Quale bisogno umano emerge da questo fenomeno?
Ne emerge un bisogno profondamente relazionale. Gli adolescenti non cercano semplicemente informazioni o intrattenimento: cercano ascolto, riconoscimento, uno spazio sicuro nel quale poter esprimere fragilità senza il timore del giudizio. L’intelligenza artificiale intercetta questo bisogno offrendo una risposta immediata e costante. Il problema non risiede nell’esistenza della tecnologia, ma nel rischio che venga utilizzata come sostituto della complessità relazionale umana. Una relazione autentica implica attesa, conflitto, possibilità di incomprensione e negoziazione emotiva. Il chatbot, invece, tende a eliminare l’attrito relazionale, e proprio per questo può diventare emotivamente seduttivo.
Si può parlare di una vera e propria “dipendenza relazionale” da chatbot?
Assolutamente sì. La dipendenza dalla tecnologia comporta sintomi ben definiti: uso crescente nel tempo, funzione di regolazione emotiva dominante (ansia, solitudine, stress), interferenza con sonno, relazioni o attività quotidiane, difficoltà a ridurre l’uso nonostante conseguenze negative, interferenza con la vita sociale. Anche se non è stata ancora inserita nei manuali psichiatrici, come il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), questo non implica che non si tratti, dati gli effetti sulla vita quotidiana, di una forma di dipendenza. Nell’uso clinico si parla di “uso problematico” o “uso compulsivo” di sistemi conversazionali, proprio per distinguerla dalla dipendenza relazionale che, in senso clinico e teorico, implica sempre un’altra persona reale. L’interazione con i chatbot può essere emotivamente intensa, ma non costituisce una relazione interpersonale in senso pieno. Per questo parlerei di una forma di dipendenza diversa dalle altre, definibile come “uso compulsivo di chatbot”. Alcuni adolescenti iniziano a utilizzare il chatbot come principale regolatore del proprio disagio psicologico: vi si rivolgono nei momenti di tristezza, solitudine, ansia o conflitto. Il rischio nasce quando il sistema artificiale diventa più rassicurante delle relazioni reali. In quel momento si può sviluppare una preferenza crescente per un’interazione prevedibile e gratificante rispetto alla complessità dell’incontro umano. È una dinamica silenziosa, spesso invisibile, ma estremamente significativa sul piano educativo.
La ricerca scientifica parla ormai apertamente di “risposta compiacente” nei sistemi di intelligenza artificiale. Che cosa significa?
La “risposta compiacente” descrive la tendenza dei chatbot a confermare, validare o assecondare l’utente con una frequenza molto superiore rispetto alle relazioni umane. L’intelligenza artificiale è progettata per mantenere fluida e positiva l’interazione. Questo può produrre un effetto apparentemente benefico (l’utente si sente accolto), ma comporta anche un rischio cognitivo ed emotivo: la riduzione della capacità critica e della tolleranza alla frustrazione. Un adolescente che cresce interagendo prevalentemente con sistemi “confermanti” potrebbe incontrare maggiori difficoltà nelle relazioni reali, dove dissenso, limite e imprevedibilità sono inevitabili.
Quali segnali dovrebbero osservare genitori ed educatori per comprendere se l’interazione con un chatbot sta assumendo una funzione problematica?
Occorre osservare soprattutto il cambiamento qualitativo delle relazioni reali. Alcuni segnali possono essere: la tendenza a confidarsi esclusivamente con il chatbot, il ricorso automatico all’IA nei momenti di disagio, la percezione del sistema come presenza emotivamente significativa, la crescente difficoltà nel tollerare relazioni caratterizzate da conflitto o imprevedibilità. Anche comportamenti come isolamento sociale progressivo, perdita di interesse per le relazioni concrete, irritabilità quando l’accesso viene interrotto possono essere indicatori rilevanti. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di comprendere quale funzione stia assumendo nella vita emotiva dell’adolescente.
Perché il problema non è solo il tempo trascorso online?
Perché la questione non è quantitativa, ma qualitativa. Non conta soltanto quanto tempo un ragazzo trascorra con un chatbot, ma soprattutto che tipo di esperienza relazionale vive in quell’interazione. Il rischio emerge quando il chatbot diventa un rifugio emotivo stabile, sostituendo progressivamente il confronto con le relazioni umane. La domanda educativa non è quindi “quanto tempo online?”, ma “quale esperienza relazionale sta vivendo?”.
Quale responsabilità educativa si impone oggi agli adulti?
La responsabilità principale è quella di non delegare all’intelligenza artificiale bisogni che appartengono alla relazione umana. Gli adulti devono ricostruire spazi autentici di ascolto, presenza emotiva e dialogo non giudicante. Gli adolescenti non hanno bisogno soltanto di regole tecnologiche, ma di adulti capaci di sostenere il conflitto, il silenzio e la fragilità senza trasformarli immediatamente in controllo o prestazione. La sfida educativa del nostro tempo consiste nel preservare la capacità di abitare relazioni imperfette ma reali.
In conclusione, qual è oggi il nodo più urgente nel rapporto tra adolescenti e intelligenza artificiale?
Il nodo più urgente riguarda il significato stesso della presenza. Oggi rischiamo di confondere la disponibilità costante di una risposta con l’esperienza autentica di una relazione. Ma una relazione vera non coincide con la perfetta adattabilità: implica alterità, sorpresa, talvolta persino delusione. Il chatbot può simulare vicinanza, ma non può condividere responsabilità, reciprocità ed esperienza vissuta. Per questo la questione non è soltanto tecnica, bensì profondamente antropologica ed educativa: difendere la relazione umana significa difendere uno spazio in cui l’individuo non viene semplicemente confermato, ma trasformato dall’incontro con l’altro.

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