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Quando il mostro abita in casa

10/07/2026 18:07

Fabrizio Montanari

Editoriali, In Primo Piano,

Quando il mostro abita in casa

Per giorni è stato il caso di apertura dei telegiornali, delle prime pagine dei quotidiani e dei siti d'informazione. Non soltanto per la gravità dell

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Per giorni è stato il caso di apertura dei telegiornali, delle prime pagine dei quotidiani e dei siti d'informazione. Non soltanto per la gravità delle accuse, ma perché questa vicenda ha scosso una convinzione che tutti, in fondo, vorremmo continuare ad avere: che la propria casa sia il luogo più sicuro e che il proprio coniuge sia la persona di cui fidarsi più di ogni altra.

Le indagini raccontano una realtà agghiacciante. Secondo gli investigatori, alcune donne sarebbero state narcotizzate dai loro mariti, private della coscienza e della possibilità di opporsi, per essere abusate o consegnate ad altri uomini. In alcuni casi, secondo quanto emerso nell'inchiesta, gli episodi sarebbero stati persino filmati e fotografati. Saranno i processi a stabilire responsabilità e colpe, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza. Ma ciò che emerge dagli atti dell'inchiesta è sufficiente a interrogare profondamente la coscienza collettiva.

La violenza sessuale è sempre un crimine contro la libertà della persona. Quando però viene consumata all'interno di una relazione affettiva, assume una dimensione ancora più devastante. Non è soltanto il corpo a essere violato. È la fiducia. È l'idea stessa dell'amore come spazio di protezione reciproca.

Chi narcotizza il proprio partner, se le accuse saranno confermate, non si limita a commettere un reato. Trasforma l'intimità in una trappola, la casa in un luogo di paura, la relazione in uno strumento di dominio assoluto. È una forma di violenza che agisce nell'ombra, spesso invisibile agli occhi di chi sta fuori, e proprio per questo ancora più difficile da riconoscere e denunciare.

Colpisce anche un altro aspetto. Per molto tempo la violenza domestica è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso le aggressioni fisiche. Oggi sappiamo che il controllo può assumere forme diverse: psicologiche, economiche, sessuali, farmacologiche. Narcotizzare una persona significa cancellarne la volontà, impedirle di scegliere, negarle il diritto fondamentale al consenso. È forse una delle espressioni più radicali del possesso.

Il clamore mediatico di questi giorni non dovrebbe esaurirsi nell'indignazione del momento. La cronaca passa, ma le domande restano. Come è possibile che simili condotte rimangano nascoste per tanto tempo? Quante vittime, confuse da sintomi inspiegabili o manipolate da chi avrebbe dovuto proteggerle, non riescono nemmeno a immaginare ciò che stanno subendo? E quanto è importante che medici, familiari, amici e istituzioni imparino a cogliere segnali che spesso sfuggono?

C'è poi un rischio da evitare: quello di trasformare una tragedia in spettacolo. Ogni dettaglio morboso aggiunge poco alla comprensione dei fatti e molto alla sofferenza delle vittime. L'informazione ha il dovere di raccontare, ma anche quello di mantenere il senso della misura, ricordando che dietro ogni titolo ci sono persone, non personaggi.

Questa vicenda ci lascia una lezione amara. Il male non ha sempre il volto dello sconosciuto che tende un agguato. A volte indossa quello rassicurante di chi divide con noi la tavola, la casa e la vita quotidiana. Ed è proprio questa consapevolezza a renderla così difficile da accettare e, allo stesso tempo, così necessaria da affrontare.